di Francesco Carlà

Affari nostri: I costi delle promesse

del 10/04/2006
di Francesco Carlà

Carissimi Fwiani,

Oggi conosceremo i risultati delle elezioni.

Comunque andra' a finire, speriamo bene,
i prossimi cinque anni non saranno allegri
per chi vive e lavora solo in Italia.

Per chi sfrutta il Simulmondo globale va meglio.

Prodi e Berlusconi hanno fatto entrambi promesse.
Ha promesso molto di piu' Berlusconi perche'
conosce i sondaggi e sa che solo la promozione
e il marketing potevano dargli qualche chance,
dopo cinque anni di vacche molto magre.

Io mi ostino a pensare con le categorie della famiglia.

La Famiglia Italia ha tre problemi principali:

1 E' indebitata il doppio delle altre famiglie
europee che contano: 108% del Pil;

2 Non cresce da 15 anni: soldi in casa ne entrano
meno in valore reale, fortuna che i tassi di
interesse sono rimasti bassi per via dell'euro;

3 Non ha un progetto per uscire da questa situazione
di debito e di scarsa crescita: se, come direbbero
a Wall Street, dev'essere una storia di turnaround,
non si capisce affatto la strategia.

Tremonti e Berlusconi hanno sostanzialmente
eluso questi tre problemi negli ultimi 5 anni,
visto che, sempre nell'ordine:

1 Il debito e' cresciuto di parecchio;
2 Di crescita economica nessuna traccia;
3 Niente progetto innovativo liberalizzante.

Ma se e' tutto cosi' semplice, direte voi,
cioe' se basta mettersi a ridurre il debito,
aumentare la crescita e generare un progetto
innovativo e liberalizzante, perche' non succede?

Per tre ottimi motivi:

1 Perche' ridurre il debito significa risparmiare
e risparmiare significa decidere se deve smettere
di spendere la mamma, il papa' oppure i figli.
Nel senso che nessuno vuole essere quello che
tira la cinghia, anzi ci sono pure quelli che
vogliono aumentare la spesa;

2 Perche' crescita economica vuol dire investimenti
e gli investimenti fanno gola a tutti, anche e
soprattutto a quelli, i poteri forti, che sanno
benissimo di non poter produrre alcuna crescita,
ma vogliono gestire le loro ristrutturazioni.
Praticamente e' quasi come al punto 1;

3 Ma alla fine solo un progetto innovativo e
liberalizzante puo' salvare la Famiglia Italia
dalla bancarotta, perche' solo se ci rimettiamo
a crescere possiamo provare a rientrare dal
debito e tornare ad essere competitivi in Europa
e nel mondo. E questo progetto innovativo passa
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-Di Francesco Giavazzi Corriere.it
Martedì, dopo una lunga campagna elettorale, cominceremo a fare i
conti, a calcolare quanto davvero costano le promesse fatte in queste
settimane, a chiederci se ci siano i soldi per onorare gli impegni che
le due coalizioni hanno preso con i cittadini.

Il programma della Casa delle Libertà costa tra i 36 e i 101 miliardi
di euro l'anno, cioè tra i 2,5 e i 7,5 punti di Pil. Quello
dell'Unione costa tra i 20 e i 24 miliardi, cioè tra 1,4 e 1,7 punti
di Pil l'anno.

Forbici tanto ampie si spiegano col fatto che i programmi sono
reticenti su molti dettagli importanti: non conoscendoli è impossibile
valutare con precisione i costi delle diverse misure. (I numeri che ho
citato sono quelli stimati dagli economisti del sito lavoce.info).
L'Unione propone coperture per circa 7 miliardi di euro, un terzo del
costo del suo programma. La Casa delle Libertà non dice dove troverà i
soldi.

Questi numeri devono essere valutati nel contesto di conti pubblici
che vanno facendosi via via più difficili, anche perché, dopo anni di
tassi di interesse straordinariamente bassi, il costo del debito
ricomincia a crescere.

Il rapporto tra debito pubblico e Pil era sceso, tra il 1995 e il
2004, di 18 punti (dati Banca d'Italia); nel 2005 è tornato a
crescere. I dati della Trimestrale di cassa resi noti ieri indicano
per quest'anno un fabbisogno del settore statale superiore al 4,5% del
Pil. Poiché la crescita è stimata all'1,3 e l'inflazione di poco
superiore al 2%, il rapporto debito-Pil crescerà ancora.

D'altronde non c'è di che sorprendersi: in questa legislatura le spese
delle amministrazioni pubbliche sono cresciute di due punti in
proporzione al Pil. Anche se escludiamo i trasferimenti alle famiglie
(pensioni e interessi) e le spese per infrastrutture, la crescita
della spesa rimane di un punto e mezzo.

Anziché spiegarci come finanzierà il suo programma, Giulio Tremonti
prepara un'operazione di finanza straordinaria: spostare tutte le
proprietà pubbliche (immobili, spiagge, caserme, eccetera) in una
grande holding, e poi venderne le azioni ai risparmiatori. E se questi
non le volessero acquistare si può sempre imporre alle banche di
sottoscriverne i titoli, come ha proposto ieri sul Corriere il
professor Giuseppe Guarino. Progetti che tradiscono una visione
protezionista, coerente con la proposta di imporre dazi sui prodotti
cinesi, ma lontana mille miglia dalla realtà di un'economia che
fortunatamente è ormai parte dell'Europa. Provate a imporre ad
Alessandro Profumo, l'amministratore delegato di Unicredito, di
acquistare a fermo quote della società Tremonti- Guarino.

Il sogno di abbattere il debito vendendo ai privati il patrimonio
immobiliare dello Stato si è infranto contro un mercato che non ha
gradito le operazioni di cartolarizzazione (che più volte, come nel
caso di Scip2, hanno dovuto essere rifinanziate dalle banche) e
un'amministrazione che si è giustamente opposta alla vendita ai
privati di proprietà pubbliche, ad esempio l'isola veneziana di
Poveglia che la Finanziaria 2006 aveva incluso tra le proprietà da
cedere.

Intanto le privatizzazioni si sono fermate: avevano prodotto incassi
per 17 miliardi di euro nel 2003, solo 4 lo scorso anno. Fra il '96 e
il 2001 erano stati di 11 miliardi l'anno. Ma in quest'ultimo
quinquennio non si è trovato il tempo per vendere neppure il
Poligrafico dello Stato.


Auguri di Buone Feste,
Vs. Francesco Carla'






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